Il presidente di Confapi Sanità Michele Colaci, insieme a Gennaro Broya de Lucia, presidente di Conflavoro Piccole e medie imprese (Pmi) Sanità, ha avuto nei giorni scorsi diversi incontri con i vertici istituzionali per risolvere la questione legata al payback, un rimborso dovuto dalle aziende produttrici di dispositivi medici. Si tratta di un meccanismo, previsto dalla legge numero 125 del 6 agosto 2015, che il legislatore ha imposto alle aziende del comparto sanità –  che prevede la restituzione di un importo pari al 50% delle spese in eccesso effettuate dalle singole Regioni – per il controllo della spesa, nella triste stagione dei tagli lineari e della razionalizzazione dei costi in ambito sanitario. Secondo quanto certificato dalla Fifo (Federazione italiana fornitori ospedalieri) si stima che per gli anni che vanno tra il 2015-2020, le aziende debbano restituire in media, somme corrispondenti a metà del proprio fatturato, ovvero l’importante cifra di 3,6 miliardi di euro, con prevedibili effetti destabilizzanti per le stesse realtà produttive, costrette a rivedere bilanci già consolidati e a mille altre difficoltà connesse alla loro attività, per un provvedimento che, secondo esperti giuristi, rasenta i limiti della legittimità costituzionale.Una disposizione che ha creato non pochi scompensi alle società del settore, costringendo molte realtà a notevoli sacrifici. Per fortuna, ora si cerca di correre ai ripari e sembra che l’attuale esecutivo si mostri sensibile al grido di allarme degli imprenditori. “Il Governo, con il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti (nella foto) ha finalmente mostrato una chiara volontà politica di risolvere l’anomalia normativa” secondo i due presidenti. “Il vulnus che riguarda questa delicata problematica – continuano Colacie e  Broya De Lucia – sta mettendo in crisi l’intero comparto del medtech italiano (soggetto produttivo che si occupa di ricerca, sviluppo e innovazione tecnologica in sanità, ndr). Serve una risposta rapida e responsabile da parte dello Stato: il payback è un debito pubblico mascherato da privato – tuonano i due manager – e non può essere scaricato sulle spalle delle Pmi. Oggi abbiamo un settore compatto, che converge su soluzioni condivise, e che si sta muovendo a ogni livello per risolvere una questione che rischia seriamente di mettere in ginocchio un intero settore. Se dovessero fallire le imprese oggetto di payback, inoltre, negli ospedali non sarebbero più disponibili i dispositivi medici”, è l’infuocata dichiarazione finale. Una prospettiva non proprio allettante, su cui i decisori politici dovrebbero riflettere.

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